Archivi
Digitalizzare un archivio di famiglia: da dove si comincia
Prima o poi capita a molti: uno scatolone di carte di famiglia che nessuno ha mai aperto fino in fondo. Documenti di lavoro, lettere di enti, ricevute, fotografie, magari qualcosa in un’altra lingua. Da dove si comincia? Prima si fotografa tutto, poi si decide cosa tenere: il resto è metodo.
Questa è una procedura semplice per chi vuole farlo da sé.
Regola zero: non buttare niente, non ancora
Il primo impulso davanti a un archivio è fare pulizia, ed è il passo da rimandare: una ricevuta che sembra anonima può servire a dimostrare un pagamento o un periodo di lavoro, e un foglio spiegazzato può essere l’unica copia di un documento. Prima si digitalizza tutto, poi, a immagine salvata, si decide cosa merita di restare in carta.
Fotografare bene basta
Non serve uno scanner professionale: per la maggior parte degli usi bastano le foto del telefono, se fatte con criterio.
- Luce del giorno, indiretta: niente flash, che brucia timbri e scritte a matita.
- Il documento intero nell’inquadratura, con i quattro angoli visibili.
- Una foto per pagina, anche del retro se c’è scritto qualcosa: i timbri sul retro sono spesso la parte che conta.
- Le pagine attaccate non si staccano: si fotografano aperte. La carta vecchia si strappa dove è piegata.
- Risoluzione piena del telefono, senza modalità «risparmio spazio».
Dare un ordine che regga nel tempo
Un sistema semplice: una cartella per persona, dentro una cartella per ente o per tema (casa, lavoro, scuola…), e file rinominati con la data davanti nel formato anno-mese-giorno, così l’ordine alfabetico diventa cronologico. «1978-03-12 domanda ricongiunzione.jpg» si ritrova fra vent’anni; «IMG_4032.jpg» no.
Poi un indice, anche solo un foglio di calcolo: data, tipo di documento, ente, dove sta l’originale. È il pezzo che trasforma una raccolta di foto in un archivio.
Quando può servire un aiuto
In tre casi: quando il volume è grande e il lavoro si trascina; quando c’è scrittura a mano difficile, carta danneggiata o un’altra lingua, perché non basta fotografare, bisogna leggere e trascrivere; e quando dalle carte deve uscire una ricostruzione (cosa contengono, cosa manca, a chi scrivere). In quel caso il risultato non è solo l’archivio, ma una relazione che lo descrive.
Domande frequenti
PDF o JPEG?
Per l’archivio di famiglia: JPEG (o HEIC) alla massima qualità per le singole immagini, ed eventualmente un PDF per fascicolo quando serve spedirlo. L’importante è non comprimere troppo: un file piccolo oggi può essere un timbro illeggibile domani.
Dove li conservo?
In due posti, sempre: il computer o un disco esterno, più una copia in un servizio online o su un secondo disco tenuto altrove. Un archivio che vive in un posto solo è fragile quanto lo scatolone.
Le foto valgono come originali?
Per capire cosa hai e preparare una pratica, spesso sì. Alcuni enti però richiedono l’originale cartaceo o una copia conforme: per questo gli originali non si buttano, si conservano ordinati dopo la digitalizzazione.